Una crisi a migliaia di chilometri dall’Italia può arrivare fino al distributore sotto casa o alla bolletta? Nel caso dello Stretto di Hormuz, la risposta è sì, ma non in modo automatico e non necessariamente con la stessa intensità per tutti i prezzi.
Il punto da capire è la catena: tensioni e attacchi nel Golfo possono ridurre o rendere più rischioso il passaggio delle navi; meno petrolio e gas disponibili, oppure trasporti più costosi, spingono i mercati energetici; l’aumento delle quotazioni può poi trasferirsi ai carburanti, all’energia e, indirettamente, ai costi di trasporto e produzione.
Cosa è successo nello Stretto di Hormuz
Il 15 settembre Reuters ha riferito, sulla base di dati preliminari Kpler, che lunedì soltanto quattro navi per il trasporto di materie prime avevano attraversato Hormuz, contro dieci il giorno precedente. Prima della guerra, secondo la stessa ricostruzione, i transiti giornalieri complessivi erano molto più elevati.
La riduzione del traffico arriva mentre le tensioni in Medio Oriente coinvolgono anche infrastrutture e rotte energetiche alternative. Il 15 settembre il Brent è salito oltre 107 dollari al barile, mentre il mercato valuta il rischio di ulteriori interruzioni dell’offerta.
Questo non significa che il petrolio diretto in Italia passi tutto da Hormuz. Significa però che una forte riduzione dell’offerta su un mercato globale può influenzare il prezzo internazionale pagato anche da chi compra greggio da altre aree.
Perché Hormuz è così importante
Lo Stretto di Hormuz è il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi alle principali rotte oceaniche. È stretto geograficamente ma enorme dal punto di vista energetico.
Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 e nel primo trimestre del 2025 attraverso Hormuz è transitato più di un quarto del petrolio commerciato via mare nel mondo, equivalente a circa un quinto del consumo globale di petrolio e prodotti petroliferi. Nel 2024 è passato dallo stretto anche circa il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, soprattutto proveniente dal Qatar.
È per questo che Hormuz viene definito un chokepoint: un collo di bottiglia strategico. Se il passaggio diventa difficile, pericoloso o molto costoso, le conseguenze possono propagarsi rapidamente sui mercati internazionali.
I punti chiave: dalla guerra ai prezzi in Italia
1. Meno navi significa maggiore rischio sull’offerta
Quando petroliere e metaniere riducono i transiti, il mercato teme che una parte dell’energia prodotta nel Golfo non riesca ad arrivare regolarmente ai compratori. Anche prima di una vera carenza fisica, il rischio può essere incorporato nei prezzi.
2. Trasportare energia diventa più costoso
Una rotta pericolosa può comportare premi assicurativi più alti, noli più costosi, ritardi e deviazioni. Questi costi si aggiungono al valore della materia prima e possono contribuire a mantenere elevate le quotazioni.
3. Il petrolio più caro può arrivare alla pompa
Benzina e diesel non seguono il prezzo del greggio in modo perfetto e immediato. Il prezzo finale comprende anche raffinazione, distribuzione, margini, accise e IVA. Tuttavia, se il petrolio e soprattutto i prodotti raffinati rimangono più cari per un periodo prolungato, aumenta la pressione sui prezzi dei carburanti.
4. Il gas può risentirne anche senza dipendere tutto dal Golfo
Hormuz è importante anche per il GNL. Il Qatar è uno dei grandi esportatori mondiali e le sue navi devono attraversare lo stretto. Una riduzione dell’offerta disponibile sui mercati internazionali può aumentare la competizione tra compratori asiatici ed europei e sostenere le quotazioni del gas.
5. Energia e trasporti possono trasferire il rincaro ad altri prodotti
Carburanti più costosi incidono sul trasporto delle merci; energia più cara può aumentare i costi di alcune imprese. Se lo shock dura abbastanza, una parte di questi maggiori costi può essere trasferita ai prezzi finali. Non è però un passaggio automatico: dipende dalla durata della crisi, dalla concorrenza, dai contratti energetici e dalla capacità delle aziende di assorbire i rincari.
Cosa può succedere a benzina e diesel
Il primo effetto osservabile di una crisi petrolifera è normalmente sui mercati all’ingrosso. Il prezzo alla pompa può reagire successivamente, ma non esiste una formula per cui ogni aumento del Brent produca lo stesso aumento in centesimi al litro.
Conta anche la situazione dei prodotti raffinati. Se oltre al greggio diventano più scarsi diesel e benzina sui mercati internazionali, la pressione sui distributori può essere maggiore. Se invece l’offerta si normalizza rapidamente, parte del rialzo delle quotazioni può rientrare prima di trasferirsi completamente ai consumatori.
E le bollette di luce e gas?
Per il gas il legame passa soprattutto dal mercato internazionale del GNL. Nel 2024 circa un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto è transitato da Hormuz. Una prolungata difficoltà nelle esportazioni del Golfo può quindi ridurre l’offerta globale disponibile e spingere gli acquirenti a competere per carichi provenienti da altri Paesi.
L’impatto sulla bolletta italiana dipende però da molti fattori: andamento delle quotazioni europee, livelli degli stoccaggi, domanda stagionale, forniture via gasdotto, arrivi di GNL da altre aree e tipo di contratto sottoscritto dal cliente. Un aumento del prezzo internazionale non si traduce quindi necessariamente nello stesso aumento percentuale della bolletta.
Anche l’elettricità può risentire indirettamente del gas più caro, perché il gas continua a essere utilizzato nella produzione elettrica. L’effetto effettivo dipende comunque dal mix di generazione e dalle condizioni del mercato.
Le alternative a Hormuz esistono, ma hanno limiti
Una parte del petrolio del Golfo può evitare lo stretto attraverso oleodotti. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di infrastrutture che consentono di portare greggio verso terminali esterni al Golfo Persico.
Ma queste rotte non hanno capacità sufficiente per sostituire integralmente Hormuz. Inoltre, la crisi attuale ha mostrato che anche le infrastrutture alternative possono essere vulnerabili: Reuters ha riferito che l’oleodotto saudita East-West, utilizzato proprio per aggirare Hormuz e trasportare fino a circa 4 milioni di barili al giorno, è stato colpito e fermato, aumentando le preoccupazioni sull’offerta.
Cosa cambia davvero per le persone
Per una famiglia italiana la variabile più importante non è il singolo giorno di tensione, ma quanto a lungo durerà la riduzione dei flussi energetici. Un rialzo breve dei mercati può essere riassorbito; settimane o mesi di petrolio, gas, assicurazioni e trasporti più costosi aumentano invece la probabilità che il rincaro raggiunga consumatori e imprese.
Gli indicatori da osservare sono quindi il prezzo del Brent e dei prodotti raffinati, le quotazioni europee del gas, il numero di navi che riescono ad attraversare Hormuz e la capacità delle rotte alternative di compensare i flussi mancanti.
La conclusione è meno allarmistica di quanto possa sembrare: non basta una nave in meno a Hormuz per far aumentare automaticamente la bolletta italiana. Ma se uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta resta fortemente limitato, il problema smette di essere soltanto geopolitico e diventa economico. È questo il passaggio che può portare la crisi del Golfo fino ai prezzi pagati ogni giorno in Italia.